Categoria: Dipendenze

Dipendenze

Dipendenza da Alcol senza Astinenza: Perché il “Bere Pesante”…

Molte persone che lottano quotidianamente o settimanalmente con il consumo di alcol non si considerano affatto dipendenti. Nell’immaginario collettivo, alimentato da decenni di stereotipi cinematografici e culturali, la dipendenza ha un volto preciso e drammatico: è la persona che beve liquori fin dal mattino, che si sveglia con forti tremori alle mani, che ha perso il lavoro, la dignità o gli affetti più cari. Chi riesce a mantenere una vita professionale brillante, una famiglia e relazioni sociali apparentemente intatte tende a sentirsi al sicuro, protetto dietro uno scudo di “normalità”.

Tuttavia, questa visione rigida e binaria — basata sul concetto del “tutto o niente” — è scientificamente superata, clinicamente ingannevole e pericolosa. La ricerca neurobiologica, psichiatrica e psicologica degli ultimi vent’anni dimostra in modo inequivocabile che i problemi legati all’alcol non si dividono in categorie nette, ma si sviluppano lungo un continuum fluido. Non sperimentare una crisi d’astinenza fisica o non toccare il fondo non significa che l’alcol non stia già rimodellando silenziosamente i circuiti cerebrali, compromettendo la salute sistemica dell’organismo e alterando la qualità della vita quotidiana.

1. Il Tramonto del Binomio “Sano vs. Alcolista”: La Svolta del DSM-5

Per quasi un secolo, sia la medicina che l’opinione pubblica hanno affrontato il problema dell’alcolismo in termini rigidamente dicotomici: da un lato il bevitore sociale, capace di controllarsi, e dall’altro l’alcolista, affetto da una patologia cronica e irreversibile. Questa categorizzazione non solo ha alimentato un forte stigma sociale, spingendo milioni di persone a nascondere il proprio disagio, ma ha anche creato un enorme vuoto clinico per tutti coloro che si trovavano in una “zona grigia”.

La svolta della psichiatria moderna è avvenuta con la pubblicazione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione (DSM-5) da parte dell’American Psychiatric Association nel 2013. Il manuale ha formalmente eliminato i vecchi concetti distinti di “abuso di alcol” e “dipendenza da alcol”, fondendoli in un’unica entità nosografica: il Disturbo da Uso di Alcol (AUD).

L’AUD viene diagnosticato e classificato non sulla base della quantità netta di etanolo ingerita, ma attraverso la valutazione di 11 criteri diagnostici precisi, che esplorano l’impatto della sostanza sulla vita psicologica, fisica e sociale dell’individuo:

  1. L’alcol viene spesso assunto in quantitativi maggiori o per un periodo più lungo rispetto a quanto nelle intenzioni.
  2. Desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare il consumo.
  3. Gran parte del tempo impiegato in attività necessarie a procurarsi alcol, assumerlo o riprendersi dai suoi effetti.
  4. Craving, ovvero un forte desiderio o spinta all’uso.
  5. Uso ricorrente che causa un fallimento nell’adempimento dei principali compiti di ruolo (sul lavoro, a scuola, a casa).
  6. Uso continuo nonostante la presenza di persistenti o ricorrenti problemi sociali o interpersonali causati dagli effetti dell’alcol.
  7. Interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative o ricreative.
  8. Uso ricorrente in situazioni in cui è fisicamente pericoloso (es. alla guida).
  9. Uso continuo malgrado la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente, fisico o psicologico, verosimilmente causato dall’alcol.
  10. Sviluppo di tolleranza (bisogno di dosi notevolmente più elevate per raggiungere l’effetto desiderato).
  11. Sintomi di astinenza veri e propri o assunzione della sostanza per alleviarli.

La gravità del disturbo viene definita dal numero di criteri soddisfatti: lieve (2-3 criteri), moderata (4-5 criteri) o grave (6 o più criteri).

Questa riclassificazione ha un impatto rivoluzionario. Significa che una persona può ricevere una diagnosi di AUD di grado lieve o moderato anche se non soddisfa gli ultimi due criteri (tolleranza e astinenza). Chi consuma grandi quantità di alcol esclusivamente nel fine settimana, sperimenta una costante nebbia cognitiva il lunedì, avverte un bisogno urgente di bere per tollerare gli eventi sociali o utilizza l’alcol come unico strumento per “spegnere” l’ansia lavorativa serale, è clinicamente già inserito nello spettro dell’AUD.

2. La Trappola Comportamentale: La Dipendenza Psicologica Precede Quella Fisica

Un errore diagnostico ed esistenziale estremamente diffuso è la convinzione che, in assenza di malessere fisico all’interruzione del consumo, non vi sia alcuna forma di dipendenza. La letteratura scientifica internazionale (da Edwards e Gross fino ai modelli neurobiologici di Robert West) evidenzia invece che la dipendenza si struttura come un legame comportamentale, emotivo e psicologico molto prima di diventare evidente a livello neurochimico sistemico.

La dipendenza psicologica e comportamentale si insedia nelle abitudini quotidiane in modo estremamente subdolo, sfruttando i meccanismi biologici del rinforzo positivo e negativo. Questo processo si manifesta attraverso tre dinamiche cardine:

La Preoccupazione Ossessiva (Preoccupation)

La mente dell’individuo inizia a ruotare, in modo più o meno conscio, attorno all’alcol. Ci si ritrova a pianificare gli impegni della settimana in funzione dei momenti in cui sarà possibile bere, a scegliere i ristoranti o le frequentazioni solo se garantiscono l’accesso a determinate bevande, o ad attendere con impazienza la fine della giornata lavorativa identificando il “momento del bicchiere” come la vera ricompensa quotidiana.

L’Irritabilità Reattiva e la Rigidità Rituale

Si sperimenta un senso di frustrazione, fastidio o ansia se un imprevisto, un contrattempo o il commento di un familiare rischiano di far saltare l’aperitivo o la routine del bere. La persona non tollera la privazione di quello che considera un proprio “spazio di decompressione”.

L’Anedonia Condizionata

È la progressiva incapacità di concepire o di godersi pienamente un’esperienza (una cena fuori, un successo professionale, una festa, un momento di intimità) se non è presente una componente alcolica. L’alcol smette di essere un piacevole contorno e diventa il prerequisito fondamentale per sperimentare gratificazione.

A livello neurobiologico, questo accade perché l’etanolo stimola potentemente il rilascio di dopamina nel nucleo accumbens, il centro del piacere e della ricompensa del nostro cervello. Quando questo circuito viene stimolato ripetutamente e artificialmente dall’alcol, il cervello impara a svalutare gli stimoli gratificanti naturali (il cibo, la conversazione, gli hobby), richiedendo dosi crescenti della sostanza per raggiungere lo stesso livello di soddisfazione. Pensare che queste alterazioni plastiche dei circuiti cerebrali svaniscano magicamente solo perché si riesce a rimanere sobri per qualche giorno è un’illusione biologica.

3. I Sintomi “Invisibili” dell’Astinenza da Alcol

Nell’immaginario collettivo, la parola “astinenza” evoca scenari clinici drammatici: il delirium tremens, caratterizzato da allucinazioni terrificanti, tremori generalizzati incontrollabili, picchi ipertensivi e convulsioni potenzialmente fatali. Sebbene queste manifestazioni siano reali, esse rappresentano esclusivamente l’estremità più drammatica e scompensata dell’interruzione dell’uso di alcol in soggetti con una dipendenza fisica cronica e profonda.

Per la stragrande maggioranza dei bevitori problematici ad alto funzionamento — coloro che abusano di alcol ma mantengono una vita regolare — l’astinenza si manifesta sotto una veste completamente diversa, caratterizzata da sintomi neurovegetativi e psicologici sfumati, detti anche “micro-astinenze”, che compaiono solitamente tra le 12 e le 48 ore successive all’ultimo consumo massiccio:

  • Ansia generalizzata e fluttuante: Una sensazione di minaccia indefinita o di vulnerabilità emotiva che insorge senza una causa reale.
  • Irrequietezza psicomotoria: Difficoltà a rimanere fermi, tensione muscolare latente e incapacità di rilassarsi.
  • Frammentazione del sonno: L’alcol facilita l’addormentamento iniziale ma altera profondamente l’architettura del sonno, riducendo la fase REM. Il risultato sono risvegli precoci, sudorazione notturna e un sonno non ristoratore.
  • Deficit cognitivi transitori: Difficoltà di concentrazione, rallentamento dei tempi di reazione e una diffusa nebbia cognitiva (brain fog).
  • Appiattimento affettivo (Anedonia temporanea): Una sensazione di grigiore emotivo e apatia nei confronti delle attività quotidiane.

Il meccanismo neurobiologico: L’alcol è un potente depressore del sistema nervoso centrale: potenzia l’azione del GABA (il principale neurotrasmettitore inibitorio, che rilassa) e inibisce il Glutammato (il neurotrasmettitore eccitatorio, che attiva). Quando l’alcol viene rimosso bruscamente dal sangue, il cervello si ritrova temporaneamente privo del suo “freno” chimico artificiale. Il risultato è un effetto di rebound (rimbalzo): il sistema nervoso diventa iperattivo e ipereccitabile.

Il pericolo principale di questa forma di astinenza risiede nel fatto che questi segnali non vengono quasi mai riconosciuti come tali. La persona li attribuisce comunemente allo stress lavorativo, alla stanchezza accumulata o a problemi personali. Di conseguenza, per spegnere questo malessere neurochimico, tenderà a bere nuovamente il fine settimana successivo o la sera stessa, instaurando un circolo vizioso perfetto di automedicazione.

4. Il “Punto Cieco” del Binge Drinking e del Consumo Funzionale

Il fenomeno del binge drinking (l’assunzione di 4-5 o più unità alcoliche in un’unica occasione, tipicamente nell’arco di poche ore) rappresenta il più grande punto cieco epidemiologico e culturale delle società moderne.

Chi consuma alcolici in questo modo tende a sviluppare una solida e rassicurante auto-assoluzione morale basata su due pilastri: “Non bevo tutti i giorni” e “La mia vita funziona perfettamente, non ho perso nulla”.

Questo punto di vista ignora però la natura intrinsecamente tossica di questo pattern di consumo. Il binge drinking espone il cervello e gli organi interni (in particolare fegato e apparato cardiovascolare) a veri e propri shock biochimici. Inoltre, sposta l’attenzione dall’aspetto quantitativo a quello funzionale: la domanda chiave non è quanto spesso si beve, ma perché si avverte la necessità di farlo.

Se l’alcol diventa il principale lubrificante sociale, l’unico strumento per tollerare contesti affollati, per disinibire l’ansia da prestazione relazionale o per anestetizzare i sentimenti di inadeguatezza, significa che la sostanza ha assunto un ruolo vicario fondamentale nella gestione psicologica dell’individuo. Questo autoinganno ritarda drammaticamente la presa di consapevolezza: le persone continuano a non rispecchiarsi nello stereotipo dell’alcolista da strada e attendono anni, talvolta decenni, prima di chiedere aiuto, spesso solo quando subentrano i primi danni d’organo irreversibili (come la steatosi epatica o la miocardiopatia alcolica) o fratture relazionali non più sanabili.

Mappa il tuo Profilo: Il Test Scientifico AUDIT

Per uscire dalla nebbia delle impressioni soggettive ed esaminare in modo rigoroso, oggettivo e scientifico il proprio rapporto con l’alcol, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha validato a livello internazionale il test AUDIT (Alcohol Use Disorders Identification Test).

Puoi utilizzare questo strumento interattivo, standardizzato e completamente anonimo per mappare la tua posizione attuale sullo spettro del consumo (il test è uno screening, non una diagnosi, e che i risultati andrebbero sempre interpretati da un professionista):

Clicca qui per accedere al Test AUDIT

5. Perché Abbracciare la Prospettiva dello Spettro Cambia Tutto

Accettare che i problemi legati all’alcol si collochino lungo uno spettro multidimensionale non è una pura speculazione teorica, ma una necessità clinica che apre le porte a un ventaglio di soluzioni terapeutiche prima inimmaginabili.

Quando la società e la medicina offrono come uniche opzioni “il bevitore normale” o “l’alcolista grave”, la maggior parte delle persone nella zona grigia sceglie il silenzio e la negazione. Riconoscere lo spettro permette invece di intervenire precocemente, modificando la traiettoria del disturbo prima che si trasformi in una dipendenza fisica cronica a lungo termine.

Posizione sullo SpettroCaratteristiche PrincipaliIntervento Consigliato
Uso a Basso RischioConsumo occasionale, assenza di finalità di coping emotivo.Educazione sanitaria, monitoraggio autonomo.
AUD Lieve / ModeratoUso nel weekend, blackout occasionali, alcol usato per lo stress, ansia o insonnia nel post-consumo.Psicoterapia breve, Colloquio Motivazionale (MET), gruppi di supporto focalizzati sul cambiamento comportamentale.
AUD GraveTolleranza marcata, sintomi di astinenza fisici, perdita di controllo totale, compromissione della vita.Disintossicazione medica supervisionata, percorsi riabilitativi intensivi, psicoterapia specialistica a lungo termine.

Per chi si colloca nelle fasce lievi o moderate dello spettro, il percorso di guarigione non deve necessariamente passare attraverso la drammaticità delle strutture residenziali chiuse. Spesso sono sufficienti percorsi mirati di terapia cognitivo-comportamentale, mirati a identificare i trigger (gli inneschi emotivi o ambientali) che spingono verso il bicchiere, e ad apprendere nuove e più sane strategie di regolazione emotiva (coping).

Conclusione: Cambiare Domanda per Cambiare Prospettiva

Il primo, fondamentale passo verso il cambiamento consiste nel rivoluzionare i termini del nostro dialogo interiore. Fino a quando continueremo a interrogarci dicendo: “Sono un alcolista?”, la nostra mente troverà sempre un’ottima scusa per rispondere negativamente (“No, perché ho un lavoro, perché non tremo, perché posso smettere quando voglio”), mantenendoci bloccati nella trappola della negazione.

La domanda scientificamente corretta, onesta e liberatoria da porre a se stessi è un’altra:

“A che punto dello spettro del consumo di alcol mi trovo oggi, in che modo le mie abitudini stanno influenzando il mio benessere psicofisico, e quale supporto specifico può aiutarmi a fare un passo avanti verso una vita più libera e consapevole?”

Spostare il focus sulla salute e sulla consapevolezza, piuttosto che sull’etichetta clinica, è l’unico modo per riprendere in mano il timone della propria vita e ridefinire il proprio benessere.

Un’ultima cosa: la consapevolezza non basta

C’è un paradosso sottile in cui molti lettori di articoli come questo rischiano di cadere: usare la conoscenza come un nuovo modo per evitare il cambiamento. Capire il meccanismo dopaminergico, riconoscere la propria “micro-astinenza” del lunedì, sapere che il DSM-5 ha introdotto uno spettro — tutto questo può diventare, se non si fa attenzione, un’ulteriore forma di razionalizzazione sofisticata. “Ho letto, ho capito, quindi sto già facendo qualcosa.”

La consapevolezza è il primo passo, ma solo se genera un movimento reale verso l’esterno: una conversazione con un medico, una seduta con uno psicoterapeuta, una telefonata a qualcuno di fiducia. Il cervello che ha imparato a usare l’alcol per gestire il disagio è lo stesso cervello che valuterà se e come chiedere aiuto — ed è quindi lo stesso cervello di cui non ci si può fidare completamente in quel momento.

Non è una condanna. È semplicemente il motivo per cui il cambiamento, quasi sempre, non avviene da soli.

Riferimenti Scientifici Principali:

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
  • Edwards, G., & Gross, M. M. (1976). Alcohol dependence: provisional description of a clinical syndrome. British Medical Journal, 1(6017), 1058-1061.
  • Koob, G. F., & Volkow, N. D. (2010). Neurocircuitry of addiction. Neuropsychopharmacology, 35(1), 217-238.
  • Washton, A. M., & Zweben, J. E. (2023). Treating Alcohol and Drug Problems: A Clinician’s Guide (2nd ed.). New York: Guilford Press.
  • West, R. (2006). Theory of Addiction. Oxford: Blackwell Publishing.

dott. Giovanni Zanusso – Psicologo psicoterapeuta a Montebelluna e Pieve del Grappa

ludopatia e famiglia Dipendenze

Ludopatia e gioco d’azzardo: alcuni consigli per famigliari e…

Quando qualcuno vicino a te subisce danni legati al gioco d’azzardo patologico o ludopatia (attraverso slot machine, video poker, gratta e vinci, roulette e scommesse varie) potresti, come parente o amico, subirne l’impatto sia emotivo che economico.

Hai il diritto di volerti sentire al sicuro, sia emotivamente che finanziariamente. È importante proteggerti da qualsiasi danno che potrebbe derivare dal comportamento problematico di gioco d’azzardo di un familiare o amico.

Cerca consulenza legale, finanziaria e di altro tipo per esplorare le opzioni disponibili. Un buon punto di partenza è contattare un terapeuta e/o consulente finanziario.

Non è colpa tua

Affrontare il comportamento legato al gioco d’azzardo di un familiare o amico può essere difficile. Usa le tue energie per migliorare la tua situazione piuttosto che cercare di cambiare la loro. È importante ricordare:

  • Non puoi costringere il tuo familiare o amico a riconoscere che il loro gioco d’azzardo è dannoso.
  • Non puoi obbligarlo a smettere o a controllare il loro gioco d’azzardo.
  • Indipendentemente da ciò che dici o fai, l’unica persona che può prendere il controllo della situazione è colui che gioca.

È importante capire che non è la persona a causare danno, ma il suo comportamento.
Non sei tu il responsabile del loro comportamento.

La tua relazione con la persona che gioca d’azzardo o ludopatica

Il gioco d’azzardo può mettere a dura prova i rapporti. Ecco alcuni suggerimenti:

  • Comunica alla persona che sta causando danni con il suo gioco d’azzardo l’impatto negativo che il suo comportamento ha su di te. Esprimi i tuoi sentimenti con attenzione e sincerità.
  • Non cercare di prendere il controllo della loro vita. Non funzionerà e ti renderà frustrata infelice.
  • Fai sapere alla persona che vuoi sostenerla. Potrebbe sentirsi fuori controllo, imbarazzata o piena di vergogna.
  • Sostienila nella sua lotta, ma non accollarti il suo peso, in particolare i suoi debiti. Scegli di dire: “Non posso farlo al posto tuo, ma ti sosterrò mentre lo fai.”
  • Permettile di assumersi la responsabilità del suo comportamento. Non aiutarla a mentire o a ingannare gli altri.

Alcuni suggerimenti pratici per evitare danni finanziari da gioco d’azzardo

Il denaro può essere un argomento delicato per molte persone e lo diventa ancora di più quando è legato al gioco d’azzardo patologico.

Se qualcuno a te vicino pratica il gioco d’azzardo in modo problematico, potresti dover proteggere le tue finanze.

I partner di persone che subiscono danni dal gioco d’azzardo potrebbero considerare alcune opzioni:

  • creare un budget familiare – cerca di renderlo realistico, soprattutto per rimborsare i debiti, in modo che la persona con il problema di gioco non senta il bisogno di giocare di più
  • monitorare attentamente tutte le spese familiari
  • gestire le finanze familiari fino a quando il gioco d’azzardo non è sotto controllo
  • concordare quanto contante o credito il tuo partner può avere a disposizione per evitare che sia tentato di giocare
  • aprire conti bancari separati o creare conti che richiedano due firme per i prelievi
  • conservare gli oggetti di valore in una cassetta di sicurezza
  • parlare con la banca per assicurarsi che la tua casa non possa essere ipotecata di nuovo
  • rimuovere il tuo nome da carte di credito condivise
  • annullare eventuali scoperti sui conti bancari
  • ottenere una consulenza legale per conoscere i tuoi diritti, se e quando necessario.

Se sei un familiare o un amico di qualcuno che subisce danni dal gioco d’azzardo, potresti anche considerare:

  • valutare attentamente le tue finanze prima di offrire aiuti economici
  • pagare direttamente le bollette invece di prestare denaro per pagarle
  • non condividere i tuoi codici PIN di bancomat o carte di credito
  • tenere fuori dalla vista contanti e oggetti di valore
  • avvertire altri familiari, amici e colleghi di non prestare denaro alla persona
  • modificare il tuo testamento per assicurarti che un’eredità futura non vada persa nel gioco d’azzardo.

Confidati con persone di fiducia

I familiari o gli amici possono spesso sentirsi isolati e soli. Potrebbe essere utile cercare il supporto di altri. Parla con persone fidate che non giudicheranno te o la persona che gioca d’azzardo. Considera di confrontarti apertamente con altri membri della famiglia che sono stati colpiti per potervi sostenere a vicenda.

Socializza con gli altri

Passare del tempo con altre persone può aiutare a ridurre lo stress. Non è necessario parlare delle tue preoccupazioni se non lo desideri. Prendersi del tempo per fare le cose che ti piacciono può impedirti di essere sopraffatto dal gioco d’azzardo di qualcun altro. Mantieni le tue amicizie, continua a coltivare i tuoi interessi e hobby e dedicati ad attività che trovi piacevoli.

Prenditi cura della tua salute

Una dieta equilibrata, l’esercizio fisico regolare e un riposo adeguato possono migliorare il tuo benessere e aumentare la tua capacità di affrontare lo stress. Un consulente specializzato in gioco d’azzardo può fornirti ulteriori suggerimenti su come prenderti cura di te stesso.

Prendersi cura dei bambini

Quando un genitore ha comportamenti di gioco d’azzardo dannosi, ciò può avere un forte impatto sui figli.

È importante aiutare i bambini colpiti dal gioco d’azzardo. Anche se potrebbero non esprimere le loro emozioni, possono sentirsi isolati, arrabbiati e depressi per ciò che accade in famiglia.

In casi estremi, il gioco d’azzardo può comportare che i bambini:

  • non abbiano abbastanza da mangiare
  • non possano avere vestiti o scarpe nuovi quando necessario
  • perdano opportunità di partecipare ad attività come sport, gite scolastiche, campi o lezioni di musica
  • abbiano difficoltà negli studi
  • debbano assumere responsabilità “adulte”, come prendersi cura di fratelli più piccoli
  • assistano a discussioni e tensioni crescenti
  • subiscano violenza familiare
  • vivano la rottura della famiglia
  • affrontino situazioni di senzatetto.

Per ridurre l’impatto sui bambini e sostenerli emotivamente:

  • incoraggiali a esprimere liberamente i loro sentimenti, ma lasciali farlo quando si sentono pronti
  • rassicurali sul fatto che non sono responsabili di ciò che accade
  • cerca di coinvolgerli in attività familiari
  • evita di coinvolgerli troppo nel cercare di risolvere i problemi finanziari o altri problemi causati dal gioco d’azzardo
  • fai in modo che capiscano che la famiglia potrebbe dover fare un budget, ma che staranno bene
  • evita di criticare apertamente la persona con il problema di gioco, poiché questo potrebbe confonderli. Distingui la persona dal comportamento, sottolineando che è il comportamento a essere sbagliato, non la persona.

Mantenere e ripristinare le relazioni con un ludopatico

Il gioco d’azzardo problematico può mettere a dura prova le relazioni. Quando qualcuno passa meno tempo con te o non rispetta i suoi impegni, può sembrare che non gli importi.

Potresti provare sentimenti contrastanti. Ad esempio, potresti essere arrabbiato per i debiti accumulati e temere che non smetterà di giocare, ma allo stesso tempo desiderare di aiutarlo e sostenerlo.

È importante ricostruire la fiducia, ma ricorda che richiede tempo. Ad sempio potresti:

  • incoraggiare la persona a essere onesta riguardo ai suoi impulsi legati al gioco, accettare ciò che ti dice e premiare la sua sincerità
  • parlare insieme una volta a settimana, affrontando con apertura ferite del passato o preoccupazioni per il futuro
  • dedicare del tempo a divertirvi insieme senza parlare dei problemi legati al gioco
  • valutare di andare insieme da uno psicoterapueta.

Se stai perdendo la speranza, è importante cercare aiuto professionale. La terapia di coppia e la mediazione possono essere un’alternativa più sicura per discutere i problemi e trovare soluzioni, soprattutto in caso di difficoltà di comunicazione tra te e la persona che gioca.

Cerca supporto per te stesso

Non sono solo le persone che subiscono danni legati al gioco d’azzardo ad aver bisogno di supporto, ma anche chi sta loro accanto.

Affrontare il gioco d’azzardo problematico di una persona cara può essere molto stressante. Se inizi a provare una tristezza opprimente, ansia o rabbia, parlane con un professionista che comprenda i danni legati al gioco d’azzardo. La psicoterapia può aiutarti a prendere decisioni importanti riguardo alla tua relazione.

dott. Giovanni Zanusso – psicologo psicoterapeuta a Montebelluna e Pieve del Grappa

Call Now Button